LA CATTEDRA FURIOSA

 

Dire che un acuto malessere accomuna oggi i docenti universitari sarebbe solo un pallido eufemismo. È indignazione, a tratti furiosa, quella che accomuna i professori riuniti da Gian Luigi Beccaria per valutare la riforma avviata da Berlinguer e proseguita dalla Moratti. Il giudizio non lascia dubbi: Tre più due uguale zero, sferzante titolo slogan del volume che raccoglie gli interventi di Bertinetto, Bertone, Coletti, Firpo, Loporcaro, Magris, Mengaldo, Ricuperati, Segre, Simone, in uscita da Garzanti (pp. 185, € 13,50). Giudizio che non riguarda solo la formula della laurea breve, ma si allarga a una preoccupata denuncia di un immiserimento culturale, di una perdita del patrimonio umanistico sacrificato sull’altare pagano di una presunta, progressiva modernità declinata tutta in chiave aziendale e mercantile. Il risultato sembra ormai un surrogato paraliceale, con programmi minimi, corsi civetta, tritume nozionistico e senza più ricerca. L’università era vecchia, ma funzionava, dicono gli autori. La riforma era necessaria, ma è un disastro. Anticipiamo qui un brano dall’introduzione di Beccaria.

 

 

IN «TRE PIÙ DUE UGUALE ZERO» UN GRUPPO DI PROFESSORI METTE SOTTO ACCUSA LA RIFORMA VOLUTA DA BERLINGUER E PROSEGUITA DALLA MORATTI: CON LA LAUREA BREVE E ALTRE INNOVAZIONI SUCCUBI DI UNA AZIENDALISTICA MODERNITÀ SI STA IMMISERENDO LA QUALITÀ DEGLI STUDI, SI DISPERDE IL PATRIMONIO DELLA CULTURA STORICA E LETTERARIA

 

Gian Luigi Beccaria

(da La Stampa-Tuttolibri del 25/09/04)

 

La perdita della memoria storica sta investendo non soltanto la classicità, ma l’intero passato. Tra un po’ anche il Novecento, «il secolo scorso» come già diciamo, non tarderà ad allontanarsi al pari delle altre antichità. La scuola sta esiliando i «classici», che finiranno per essere espulsi dalla coscienza della nazione. Improvvidi riformatori di ieri e di oggi (alcuni li vedrei meglio a dirigere catene di supermercati, piuttosto che occuparsi di scuola), tutti affannati a inseguire (com’è giusto) il «nuovo», stanno chiudendo lo scrigno che contiene i tesori del passato. Pensano a una scuola totalmente appiattita sull’oggi. Ma come potranno i giovani capire l’oggi senza l’ieri! Non coglieranno nulla, neppure il senso delle parole. Il passato diventerà un territorio perduto, la scuola non lo riconquisterà più, passeggeremo nelle nostre città d’arte, tesori a cielo aperto, come ignari, noi che abitiamo un paese benedetto dagli uomini, dove è concentrato più della metà del patrimonio artistico e archeologico mondiale. Come è possibile che si sia giunti a pensare di mortificare o addirittura potare drasticamente lo studio dell’antichità greco-romana, il medioevo, l’età moderna, per concentrarsi sul solo presente? E questo è accaduto in un paese come l’Italia, che in quei secoli e millenni affonda le radici della sua identità storica e culturale.

 

 

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Ora le tendenze generali nelle riforme europee delle scuole di ogni grado - e qui non c’è destra o sinistra, non c’è schieramento politico che tenga - stanno emarginando le discipline umanistiche, penalizzando fortemente chi si occupa di storia, filosofia, di letteratura, a vantaggio di altre ritenute più «utili», perché il nuovo che avanza, secondo lo slogan di buona memoria, ha da sconfiggere l’antico. La letteratura per prima gode di sempre più scarso prestigio, e qualche ragione potremmo anche indicarla, una almeno, relativa alla sua funzione, che è profondamente cambiata rispetto all’Ottocento. La letteratura valeva allora come contenuto. E valeva come esperienza. In seguito, in tempi a noi più vicini, non ha più avuto questo compito: sociologia, psicologia, hanno affrontato quei temi. Molti giovani hanno abbandonato le lettere per queste nuove discipline. Senza contare poi che, a più buon mercato, i mass-media si sono fatti carico di procurare le emozioni e i contenuti che prima ci offriva la letteratura. Abbiamo così assistito al rapido declassamento dell’umanesimo. Ciò rientra anche nella generale disaffezione (chi insegna lo può con preoccupazione testimoniare) verso la memoria e l’eredità del passato, e verso le lettere che del passato (non solo esse per la verità) sono per qualche parte custodi. Le stesse tendenze delle riforme in atto per la scuola di tutta Europa stanno alimentando questa disaffezione. Privilegiano un appiattimento sul presente.

 

 

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È dovere di noi docenti, per quel che mi compete, fare tutto il possibile (non è molto quel che ci è concesso) per ribadire il principio sacrosanto che una società funziona non quando le persone sanno un inglese itinerario, sanno usare il computer, navigare su Internet, far girare bene le macchine, far quadrare i conti (le tre I, Inglese Internet Impresa, del radioso futuro di cui si vocifera), ma quando sono innanzitutto capaci di riflettere sul senso del proprio operare, e di conseguenza sui casi della vita, sul destino dell’uomo di oggi e di ieri, sulle scelte fondamentali etiche e politiche. Il che è in definitiva quanto di noi stessi è per grossa parte depositato, svolto nella memoria storica, cioè nelle parole d’altri, nei libri. Anche, o soprattutto, nei libri del passato o a esso dedicati, quelli che certo allontanano dall’immediatezza, ma che proprio per questo ci permettono talvolta di formulare migliori e più obiettivi giudizi sul mondo, di riconoscere meglio dalla distanza il movimento delle cose. Temiamo forse una scuola che sappia creare un elettorato in grado di pensare?

 

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La filologia è un antidoto al pressapochismo, alla manipolazione, alla fretta, ai rapidi flash momentanei. La civiltà acustico-visiva, la modernità insomma, sta facendo sparire dalla nostra vita ogni residuo momento di indugio; nessuno sfugge più al flusso di messaggi che proliferano nei media, e i linguaggi della velocità e della vitalità si sono risolti in spettacolo continuato, in straripante accumulo di messaggi decentrati, trasgressivi, effimeri, anche piacevoli, oppiacei... Ma rispetto a chi vede, chi legge deve di necessità fare attenzione a un testo, deve capire, e anche faticare, perché spesso deve tornare sui suoi passi, per riletture, riesami, gestendo da solo il proprio movimento di comprensione. Ce lo ha già spiegato Quintiliano, illustrando i vantaggi della lettura sull’audizione, o quelli della rilettura, che permette di possedere il testo: la lettura che indugia nella continua ripetizione «ammorbidisce» e «sminuzza» il testo come fa la masticazione con un cibo, e dunque meglio lo digerisce e lo assimila.

La nostra scuola ci dovrebbe insegnare a digerire e ad assimilare, anche in modo personale, e a far ciò riesce solo quando mette a tu per tu con un oggetto, un testo da leggere, da capire, da interpretare. Forse ci stiamo dimenticando che proprio dalla scuola, dal leggere testi, sono nate le grandi democrazie del mondo occidentale.

 

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Grande consolazione è il sapere che il mondo sta tutto nei libri, nella loro presenza fisica. «Noi non sappiamo - scrive Andrea Zanzotto - se esiste un paradiso, ma sappiamo che esiste il Paradiso scritto da Dante, e quello c’è di sicuro: è là per tutti, basta che si abbia l’amorosa e paziente volontà di entrarci». Avremo raggiunto un grande risultato se riusciremo a inculcare quanto a noi pare così ovvio, ma che i più giovani ancora non sanno, l’idea cioè che non occorre loro fare tutte le esperienze per sentirsi pienamente realizzati. Una persona deve fare, nella sua breve vita, soltanto le esperienze che si sente di fare, ma soprattutto ha da tenere in conto che le migliaia di altre sono tutte descritte nei libri nuovi e antichi, e così a fondo, a tutto tondo... basta leggerle! Quei libri hanno parlato e vissuto per noi. E questo dovrebbe impegnarsi a insegnartelo una scuola che irresponsabilmente oggi stiamo impegnandoci a distruggere, perché stiamo optando per un’università incamminata sulla via del risparmio, che tende a diminuire la fatica, a misurare col bilancino i «saperi minimi» (quale pedagogo è l’onomaturgo di tanta scempiaggine!) e non già a proporre indicazioni, spunti, suggestioni, le possibilità infinite, inesauribili racchiuse nei testi: un’università che tende a predisporre il numero di pagine (il minimo indispensabile, cioè pochissime) che occorre leggere per avere un poco di «crediti», e a indicare addirittura il numero di battute non superabili per redigere la poco significativa «tesina» che chiude un magro triennio. Quest’università non promette nulla di buono. Siamo passati com’era giusto e come abbiamo voluto da una università di élite a una di massa, ma ora l’abbassamento del livello sta diventando offensivo per quelle masse, le quali hanno diritto a un insegnamento del più alto livello possibile: a una tavola imbandita, non alle briciole di un pasto. È vero che «se potesse scegliere liberamente, la maggior parte dell’umanità opterebbe per il calcio, la telenovela o la tombola, piuttosto che per Eschilo» (ho citato Steiner), e che i circenses sponsorizzati da una omologata tv di Stato e tv commerciale già stanno avendo la meglio. Ma non vedo perché anche noi, che da una vita ci occupiamo di scuola, dobbiamo assecondare questa tendenza al ribasso e alla svendita. Se poi (come qualcuno vorrebbe per la formazione degli insegnanti: penso al futuro della SSIS o a soluzioni peggiori come il 3+2 con quel 2 tutto pedagogico o a specializzazioni fondamentalmente didattiche), se poi la riduzione dei saperi del presente e del passato privilegerà la dimensione pedagogica, allora le scienze della comunicazione e della didattica si preparino a formare insegnanti preparati a comunicare il nulla, non più l’antico ma neppure il nuovo. Come si farà la storia di quello che non si conosce, il commento di testi che non si sono letti, come si farà la didattica di una lingua che più non si sa? Quei tre anni per la laurea breve possono essere sufficienti per programmatori e tecnici di vari settori, ma sono assolutamente inadeguati per le scienze umane. Tre anni di università permettono ad alcuni di svolgere immediatamente un’attività lavorativa, ma ad altri assolutamente no. Chi di noi potrebbe seriamente pensare un futuro scolastico dei nostri figli in mano a triennalisti cui abbia fatto seguito per l’abilitazione all’insegnamento un mero allenamento alla didattica... del nulla?

 

 

 

Garzanti Libri

Beccaria Gian Luigi (a cura di)

Tre più due uguale a zero

La riforma dell'Università da Berlinguer alla Moratti Saggi

 

€ 13.50 (Lire 26140)

ISBN 881174044-4    

Secondo i pedagoghi meglio intenzionati, fervidi impiegati del progresso, oggi la scuola deve fornire ai giovani – naturalmente tenendo conto dei loro «stili cognitivi» – solidi «skillaggi professionali», buon «portfolio delle competenze», «metodologia laboratoriale», «flessibilità dell’intelligenza cognitivo-operazionale» e altre amenità di analogo tenore. Su questa falsariga si sta muovendo l’ultima riforma delle nostre università, iniziata con un ministro del centro-sinistra come Luigi Berlinguer e proseguita con una collega del centro-destra come Letizia Moratti.

L’impatto risulta particolarmente devastante per le facoltà umanistiche. Questa riforma «a costo zero» conduce a una patologica burocratizzazione: debiti, crediti, tirocini, moduli, miriadi di corsi, master e stage travolgono tanto i docenti quanto gli studenti, che una logica aziendalista ha trasformati in «utenti» o «clienti», da adescare con inserzioni pubblicitarie che prosciugano le già scarse risorse degli atenei. La prevalenza di un sapere tecnico e professionalizzante, a scapito della formazione nel senso più autentico del termine e della riflessione storica, conduce a un ulteriore appiattimento su un presente che appare già fin troppo pervasivo nel flusso dei messaggi mediatici decentrati, trasgressivi, effimeri, oppiacei, ma privi di spessore culturale.

Contro questa degenerazione del nostro sistema universitario, ma senza nascondere problemi che si trascinano irrisolti da decenni, una serie di autorevoli storici, filologi, linguisti – attivi in campi di eccellenza della nostra università – lanciano il loro grido d’allarme. Ed è un appello che non riguarda solo le nostre università, ma l’intero ecosistema della cultura: senza più anticorpi, il nostro rischia di essere un futuro sempre più mediatico, anglofono e inevitabilmente conformista.

 

 

 

 

 


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